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martedì 2 marzo 2021

Un anno di covid: intervista a Stefano Calabro, direttore della Pneumologia di Feltre

Feltre. Ad un'anno dall'inizio della pandemia l'ULSS Dolomiti ci regala un intervista ad un professionista dell'ULSS Dolomiti impegnato anche in questa battaglia: Stefano Calabro direttore della Pneumologia di Feltre. Eccovi l'intervista per la quale ringrazio Pamela d'Incà, dell'Ufficio Relazioni col pubblico  dell'ULSS Dolomiti.

Quali considerazioni a distanza di un anno dai primi casi di COVID-19 in Veneto? È stato un anno impegnativo. Il COVID-19 ha determinato rilevanti problemi sanitari, che hanno coinvolto, anche dolorosamente, molte persone.

Successivamente si sono aggiunte le importanti conseguenze economiche, che a tutt’oggi permangono e non dimentichiamo i rilevanti secondari impatti psicologici, che hanno coinvolto soprattutto, ma non solo, i giovani.

Il problema purtroppo permane ed ora dobbiamo anche affrontare le varianti del virus, ma con responsabilità,  resilienza ed impegno collettivo ritengo ne potremo senz’altro uscire.

Certo occorre che tutti facciano la propria parte; mi riferisco al mantenimento del distanziamento fisico, quando necessario, all’utilizzo delle mascherine e ovviamente all’adesione alla vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19.

Il sistema sanitario in questa fase, rispetto all’inizio della pandemia, è ben strutturato ed operativo; anche questo è un elemento importante che ci fa essere cautamente ottimisti.

La prima fase della pandemia è stata difficile e molto impegnativa.

E’ stato subito organizzato un percorso per il paziente COVID-19, che partendo dal Pronto Soccorso si articolava fino alla Terapia Intensiva.

In breve tempo abbiamo convertito la nostra Unità operativa di Pneumologia a Centro per l’assistenza ai pazienti con COVID-19, come da indirizzo regionale.

In seguito nell’Ospedale di Feltre si sono identificate aree di degenza diversificate in base alla gravità clinica dei pazienti con COVID-19.

Molti medici ed infermieri dell’area medica e anche chirurgica dell’ospedale  hanno collaborato per rendere possibile un’assistenza diversificata per questi pazienti.

Noi, come pneumologi, abbiamo assistito i casi gravi che richiedevano anche ventilazione meccanica non invasiva.

Devo ringraziare i medici, gli infermieri e gli operatori socio-sanitari della Pneumologia per il costante impegno assistenziale, che continuano a garantire con professionalità e umanità.

Quale è stata la soddisfazione più grande? Come direttore la soddisfazione più grande è stata verificare la capacità di risposta positiva della mia azienda socio-sanitaria e della mia struttura ad un improvviso stato emergenziale.

Altra soddisfazione è l’aver constatato la vicinanza della popolazione.

Sapevamo che fuori l’ospedale eravamo sostenuti; questo è stato importante nella prima fase, che è stata difficile e  impegnativa.

Sostegno che si è anche concretizzato con donazioni di apparecchi medicali. La popolazione ha espresso in questo periodo un chiaro sostegno a chi opera nel sistema sanitario sia ospedaliero, sia territoriale. È un segnale che ci ha aiutato molto.

Per me, che credo fortemente nel ruolo della assistenza sanitaria pubblica e del suo necessario legame con il territorio, questo è un aspetto molto importante.

 Cosa abbiamo imparato in questo anno?  Il sistema socio-sanitario veneto è efficiente, questo lo sappiamo.  Lo era anche prima del COVID-19.

È un sistema territorialmente diffuso, forte di professionalità e dotazioni strumentali; questo ha agevolato la capacità di gestione dell’emergenza, anche nelle situazioni critiche, che si sono comunque manifestate in alcune aree della regione.

L’attuale pandemia ha portato molti a riflettere su come sviluppare in futuro una innovazione migliorativa del sistema socio-sanitario.

A livello ospedaliero si è confermata la necessità di avere una diffusa e qualificata rete assistenziale.

Come specialisti pneumologi abbiamo da anni sostenuto la necessità di mantenere la rete pneumologica regionale e in questo la Regione del Veneto ci ha nel tempo sostenuto.

Nell’emergenza COVID-19 tale organizzazione è risultata utile e la presenza diffusa delle pneumologie nella regione ha fortemente contribuito all’assistenza dei pazienti con insufficienza respiratoria.

Questo è stato possibile grazie alla flessibilità organizzativa delle strutture pneumologiche ed è stata sostenuta da una consolidata esperienza medico-infermieristica nel trattamento nel paziente critico respiratorio.

In questo periodo emergenziale la maggior parte delle pneumologie ospedaliere, l'80-90% nel Nord Italia, si sono trasformate in reparti di subintensiva respiratoria.

Un altro punto di riflessione emerso nel corso della pandemia è il rapporto tra territorio e rete ospedaliera.

Ho constatato con piacere che nel nostro territorio questo non è stato un aspetto di criticità.

I consolidati rapporti locali tra ospedale e territorio hanno permesso di sviluppare una stretta sinergia assistenziale.  Nella prima fase il Distretto ha anche contribuito fortemente a mantenere in equilibrio il sistema, raccordando l’attività dell’Ospedale con quella degli Ospedali di Comunità.

È un’ulteriore evidenza di come occorra sviluppare con maggior incisività il raccordo di continuità funzionale tra ospedale e territorio.

La Sanità post COVID dovrà rinnovarsi.

Per quanto riguarda specificatamente il futuro della mia specialità ritengo che due dovranno essere le direttrici: da una parte la gestione diagnostico-terapeutica dei pazienti respiratori critici, dall'altra lo stretto rapporto con il territorio per creare una sanità di prossimità, come componenti di un sistema più complesso. Entrambi gli aspetti hanno bisogno di organizzazione e innovazione.

Ora siamo impegnati  nella prevenzione e nell’assistenza delle persone con COVID-19, stiamo però già programmando il dopo COVID.

Dobbiamo tutti impegnarci, comportandoci consapevolmente, per poi ripartire su basi diverse ed auspico che questo brutto periodo possa diventare l’occasione per migliorare.


Un anno di covid: riflessioni del dr. Renzo Scaggiante Direttore Malattie Infettive

Feltre. Ad un'anno dall'inizio della pandemia l'ULSS Dolomiti ci regala un intervista ad un professionista dell'ULSS Dolomiti impegnato anche in questa battaglia: dr. Renzo Scaggiante Direttore Malattie Infettive.  Eccovi l'intervista per la quale ringrazio Pamela d'Incà, dell'Ufficio Relazioni col pubblico  dell'ULSS Dolomiti

 Cosa è cambiato dal 21 febbraio 2020, inizio della pandemia in Italia, nel suo lavoro? Ricordo molto bene quel venerdi 21 febbraio 2020, era il mio turno di lavoro dalle 9.00 alle 21.00 presso la Divisione di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera di Padova, sembrava un giorno di lavoro come tanti altri ma all’improvviso nel pomeriggio una telefonata, è in arrivo dal vicino ospedale di Schiavonia il primo paziente con diagnosi accertata di Covid, era un anziano di Vo’ che di li a poco sarebbe stata la prima vittima italiana della pandemia.

Durante la notte e nei giorni successivi le ambulanze si susseguirono fino a riempire in poco tempo tutti i posti letto del reparto, era iniziata la pandemia, quello che fino al quel momento vedevamo solo nei notiziari era arrivato.

Molti sono stati i momenti di sconforto, all’inizio nessuno sapeva quale fosse il migliore approccio terapeutico, gli stessi organi internazionali diramavano indicazioni in continuo cambiamento e poi la impossibilità per i familiari, quasi sempre in isolamento domiciliare, nel poter assistere o per lo meno vedere i propri cari, una situazione di impotenza davanti ad una cosa che nessuno immaginava potesse succedere.

Con il tempo e le iniziali terapie efficaci ci sono state le prime dimissioni di persone guarite, persone che arrivavano gravi in terapia intensiva e che ne uscivano migliorate, fino a poter riabbracciare i propri cari, momenti di sconforto per chi non riusciva a farcela e momenti di gioia per chi poteva finalmente ritornare a casa, l’ottimismo della scorsa estate quando quasi tutti i reparti covid sono stati chiusi ed il risveglio autunnale con l’inizio di una nuova fase epidemica.

Cosa ci ha insegnato la pademia?  Dobbiamo imparare, ma forse bastava guardare la storia (la peste a Venezia nel 1630, la spagnola del 1915), che le epidemie e le pandemie sono sempre esistite e ciclicamente si ripresentano.

 

 


 


mercoledì 24 febbraio 2021

Intervista al commissiario ULSS Dolomiti Adriano Rasi Caldogno: un anno di Covid-19

Belluno. Un anno è passato dall'inizio dell'epidemia di Covid-19 e in occasione di questo anniversario il Commissario dell'ULSS 1 Dolomiti Adriano Rasi Caldogno ha rilasciato un intervista attraverso l'ufficio stampa dell'ULSS.

Come sono cambiate le abitudini e le proprietà dell'ULSS Dolomiti la pandemia? La pandemia ha messo a dura prova la nostra Azienda, ha cambiato le nostre abitudini e le nostre priorità.

A gennaio-febbraio 2020 eravamo partiti, come tutte le aziende sanitarie, in base alle indicazioni che provenivano da Regione e Ministero, ad approfondire il tema, a fare scorta di dispositivi di sicurezza, a fare formazione. L’ipotesi del contagio, che all’inizio sembrava lontana, si è avvicinata rapidamente.

Fin da subito ho capito che sarebbe stato per me e per tutti come correre una maratona: era fondamentale mantenere lucidità e affrontare un problema alla volta. Tante le notti insonni, le domeniche passate in ufficio, i momenti di tensione da gestire, le emozioni da trasformare in forze positive, gli sfoghi da accogliere.

Prontamente tutta l’Azienda tutta si è adoperata con impegno: i sanitari in prima linea ad affrontare una malattia di cui si sapeva poco, le direzioni di struttura a coordinare la riorganizzazione dei servizi in breve tempo, l’area amministrativa a svolgere un immenso lavoro per acquisti, assunzioni e logistica.

L’Azienda ha dimostrato di sapersi adattare con flessibilità all’emergenza, declinando in concreto la possibilità di ampliare o comprimere i servizi in base alle necessità, sia ospedalieri che territoriali. Le aree covid sono state aperte o chiuse “a fisarmonica”, così come sono state allestite rapidamente delle linee di lavoro che prima non esistevano; penso, ad esempio, alla capacità di eseguire e leggere tamponi, al contact tracing, alla campagna vaccinale di massa: il Servizio Igiene e Sanità Pubblica ha acquisito 100 nuovi professionisti in pochi mesi.

Quali sono stati i momenti più difficili che si è dovuto affrontare? Ci sono stati momenti difficili, come quando il contagio ha coinvolto le case di riposo nella prima ondata, quando eravamo meno preparati, o il picco della seconda ondata con oltre 200 persone ricoverate e 5 mila positivi in provincia. In certe giornate controllavo il cruscotto aziendale dei ricoveri ogni due ore per essere certo che ci fossero sempre posti letto disponibili. In questo anno non ho mai spento il telefono: ho diverse chat con i miei collaboratori per essere sempre aggiornato sulla situazione. Un ricordo sentito va a tutte le persone scomparse in questo periodo, confortati dalla consapevolezza della cura fino all’ultimo da parte dei nostri professionisti, e al dolore dei tanti familiari che hanno dovuto necessariamente vivere il lutto senza il conforto del commiato. Ci sono stati momenti di forte emozione, come l’arrivo dei primi vaccini che ha portato speranza, e ho potuto accogliere innumerevoli testimonianze di grandi valori umani durante questo percorso.

Le giornate sono state scandite per mesi dalle videoconferenze con la Regione, che è stata una solida cabina di regia, dalle riunioni online interne tra le diverse strutture dell’azienda per una organizzazione efficace e dalla preparazione dei bollettini. Le dirette su Facebook per informare in modo puntale e trasparente della situazione in continuo divenire e dei comportanti necessari sono state per me uno sforzo utile e necessario.

La seconda ondata, che in parte ci ha sorpreso per la sua violenza, è iniziata in provincia prima che altrove, ha portato una pressione sugli ospedali doppia rispetto alla prima, un volume di lavoro di diagnostica e prevenzione che ha messo a dura prova la tenuta del sistema e ha condotto a sperimentare soluzioni innovative come i drive in vaccinali e gli screening di massa.

Quali i fattori positivi che sono emersi? Fondamentale la solidarietà dei Cittadini che ci hanno sostenuto con le più diverse modalità, a partire dalle numerose donazioni di beni e denaro e dei Volontari, in particolare della Protezione Civile. Le Istituzioni hanno sempre assicurato una collaborazione fattiva e concreta: ottimo il rapporto con il Prefetto Cogode, con le Forze dell’Ordine nonché con gli Enti Locali e la Protezione Civile. In fondo l’Ulss è diventata un solido riferimento per tutta la provincia in questo periodo.

Cosa si è imparato dalla pademia? A mio avviso, a livello organizzativo, la pandemia ha dimostrato l’imprescindibilità della rete tra le varie componenti del Servizio Sanitario (gli ospedali, la medicina de territorio, la prevenzione e le strutture socio sanitarie) e la necessità di rivedere la gerarchia della priorità. La salute è diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, come recita la nostra Costituzione: il Covid ci ha insegnato quanto il singolo può e deve fare per tutelare la sua salute e quella della comunità in cui è inserito

Vorrei, da ultimo ma come primo pensiero, ringraziare ancora una volta il personale dell’Ulss Dolomiti che, a tutti i livelli, si è speso con la generosità e la determinazione della gente di montagna, risorsa straordinaria della nostra terra.

Quale indicazioni si sente di dare? Il traguardo è vicino ma non ancora raggiunto: i segnali epidemiologici non ci permettono di abbassare la guardia e la campagna vaccinale non procede veloce come avrei voluto per difficoltà di approvvigionamento.

Andiamo avanti, con prudenza ma con fiducia, fino alla prossima curva, come insegnano i grandi maratoneti.